Vanessa Bell, La nostra Bloomsbury – Io, mia sorella Virginia e gli altri

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"Forse nessuno tranne un pittore può capirlo e forse nessuno tranne un pittore di una certa età. Ma fu come se finalmente si potessero dire cose che si erano sempre provate invece di cercare di dire ciò che gli altri dicevano si dovesse provare. Ti veniva offerta la possibilità di essere te stesso e questo per la gioventù è la cosa più entusiasmante che possa capitare”.

Con questa frase Vanessa Bell si riferisce all'effetto che la mostra londinese sui Post-Impressionisti ebbe su di lei e, probabilmente, su molti altri pittori, ma allo stesso tempo apre per noi una parte essenziale della sua anima, quella in cui si trova la ferma volontà di vivere un'esistenza coerente con ciò che era. E Vanessa fu, prima di ogni altra cosa, una pittrice. Così come sua sorella Virginia Woolf fu una scrittrice. Il suo è anche un messaggio universale: ci induce a riflettere su chi siamo, a far emergere i nostri talenti, a vivere in modo attivo -anche controcorrente, se necessario- senza abbandonare la nostra essenza alla mercé della società e di ciò che -nel nostro periodo storico- è considerato corretto e giusto, di moda o adeguato.

Vanessa e Virginia furono due sorelle nate e cresciute sotto lo stesso tetto, ma che svilupparono caratteri e passioni diverse. Un lettore superficiale, infatti, potrebbe sostenere che si trattò di due artiste che, in quanto tali, vissero (o avrebbero potuto farlo) in simbiosi, poiché parlavano la stessa lingua, ma è la stessa Vanessa a spiegarci quanto una simile deduzione sia lontana dalla verità: un pittore osserva colori e forme, mentre uno scrittore scruta i dettagli delle cose e delle persone per comprendere e conoscere meglio questi soggetti. Sono due linguaggi profondamente differenti e, di conseguenza, le due sorelle iniziarono a tessere presto interessi e contatti diversi per sviluppare i propri talenti, benché entrambe partissero da un'esperienza comune: il gruppo di artisti e intellettuali di Bloomsbury.

Il circolo culturale nacque nel 1905 dall'idea di quattro studenti universitari di Cambridge: Thoby Stephen (fratello di Vanessa e Virginia), Lytton Strachey, Clive Bell e Saxon Sydney-Turner che iniziarono a riunirsi i giovedì sera nella casa dei fratelli Stephen, al 46 di Gordon Square, nel quartiere londinese Bloomsbury. Fu una comunità di anime e spiriti anticonformisti che scelsero di liberarsi dalla pesante manipolazione culturale e sociale vittoriana semplicemente discutendo, scrivendo e dipingendo in base alla percezione personale dell'esistenza. Virginia Woolf, Maynard Keynes, Morgan Forster, Lytton Strachey con la scrittura; Saxon Sydney-Turner con la musica; Clive Bell, Duncan Grant, Roger Fry, Dora Carrington e Vanessa Stephen (in seguito Bell) con la pittura e la critica artistica. Tutti loro, insieme ad altri adepti, influenzarono la società dell'epoca, favorendo un'apertura mentale rivoluzionaria.

Il saggio La nostra Bloomsbury (Donzelli 2017), spiega tutto questo grazie al prezioso lavoro di ricerca di Lia Giachero, dottore di Ricerca in Storia e critica dei Beni artistici e ambientali, la cui predilezione per le figure femminili dell'avanguardia europea ci consente un'indagine approfondita di donne come Vanessa Bell. Giachero ha edito per Selene una biografia interamente dedicata alla pittrice: L'ape regina di Bloomsbury e trovo che il saggio che sto recensendo ora, possa rappresentare un'interessante percorso di avvicinamento alla conoscenza della figura di questa emblematica creatura ibrida, le cui radici affondano nell'epoca vittoriana, e la chioma si estende in orizzontale e verticale, verso il cielo e tutte le sue infinite possibilità, aperte grazie al circolo.

In La nostra Bloomsbury, Lia Giachero raccoglie una serie di interventi scritti da Vanessa Bell all'interno del suo gruppo. Pur non essendo avvezza alla forma scritta, è proprio grazie alle sue parole che riusciamo ad aprire un varco nell'anima della pittrice, scoprendo una donna indipendente, riflessiva, capace fin da giovane di analizzare i membri della sua famiglia e scoprire gli escamotage necessari per non finire schiacciata dalla volontà dei patriarchi: il padre Leslie Stephen prima e il fratellastro George Duckworth poi. È avvincente leggere, proprio dalla sua viva testimonianza, tutti gli stratagemmi adottati per sopravvivere alla morbosa ricerca di attenzioni e cure paterne e all'ingombrante presenza del fratellastro, che la spingeva a entrare in società come una virtuosa dama vittoriana. Vanessa osserva, parla (molto) poco e ordisce piani segreti per sfuggire a entrambi. Tutto, in lei, anela al silenzio e alla luce naturale necessaria per avvicinarsi alle tele e ai colori, per comunicare al mondo attraverso la pittura. Come in uno studio dei colori, anche la realtà si plasma e il destino sembra rivelarsi benevolo: dall'ombrosa residenza paterna a Hyde Park Gate, un antro scuro sia dal punto di vista emotivo, che da quello visivo, Vanessa si trasferisce con i fratelli in un appartamento del quartiere Bloomsbury pieno di luce. Qui vive gli anni più intensi, potremmo dire di formazione, sia grazie allo studio dell'arte e della pittura con Sir Arthur Cope e presso la Royal Academy, sia grazie alla frequentazione del suo circolo di artisti e intellettuali. Quando conosce il critico d'arte Clive Bell, lo sposa e nascono due figli, Julian e Quentin, ma il matrimonio si rivelerà più aperto di quanto potesse ipotizzare: la prima delusione, Vanessa la riceve da Clive e Virginia insieme, che sembrano intendersela più del dovuto, durante la sua prima gravidanza. In seguito diventa chiaro che Clive non è un monogamo e Vanessa inizia a sua volta ad aprirsi ad altre possibilità. Non deve attendere molto, perché intorno a lei, nel suo stesso gruppo, trova dapprima Roger Fry, un critico d'arte molto più maturo di lei, dalla vita matrimoniale difficile -la moglie viene ricoverata in una clinica psichiatrica- emotivamente profondo e professionalmente solido e poi il pittore Duncan Grant, bisessuale, anticonformista e bohèmien. Gli intrecci sentimentali della vita di Vanessa richiederebbero una recensione a parte, ma in questo saggio si possono evincere sia grazie al Prologo redatto da Angelica Garnett, la figlia di Vanessa e Duncan, sia dai vari scritti della pittrice. Per un approfondimento dell'argomento rimando al libro Ingannata con dolcezza. Un'infanzia a Bloomsbury, scritto da Garnett ed edito da La Tartaruga.

Il quadro delle vicende di Bloomsbury è chiaro. Ciò che mi ha colpita è stata la maestria di Lia Giachero di tessere insieme gli scritti di Vanessa Bell con quelli della figlia Angelica e di corredare tutto il saggio di note e di una bibliografia da cui si possono trarre gli spunti per altre numerose letture. Allo stesso tempo, è la voce di Vanessa ad arrivare diritta come una spada fino a noi lettori del XXI secolo e vibra ancora oggi per la freschezza e l'originalità:

“Gli artisti, secondo molti, sono un pochino meglio dei pazzi. Forse prima che io abbia finito di parlarvi condividerete questa opinione e, se essere pazzi significa valutare le cose diversamente da come lo fa la maggior parte della gente, non sono certa di condividerla io stessa. Oltre a essere abbastanza matti, gli artisti tendono a essere dei rivoluzionari. […] Come ci si sente a essere idioti e rivoluzionari? In realtà è abbastanza piacevole. La causa delle malattia è semplicemente questa. Si è fatti in modo tale che il mondo ci si presenta con forme e colori invece di presentarsi come alla maggior parte delle persone sane e rispettabili”.

Nataša Cvijanovic'